Silvio, rimembri ancora?

C’è mai stato un tempo in cui la politica si faceva per passione, quando si era spinti da pulsioni ideologiche prima ancora che da mero opportunismo e fame di potere?

Se questo periodo c’è mai stato, di sicuro non coincide con quello della presenza, e quasi infinita permanenza, nella vita politica dell’uomo dall’allure carismatica, dalle maniere disinibite, dal sorriso magnetico, dallo spirito arguto e motteggiatore, il Cavaliere Silvio Berlusconi.

Il salvatore degli italiani dall’avvento dei comunisti, come a lui piace definirsi. L’uomo forte di cui l’Italia necessitava per uscire a testa alta dallo scandalo Mani pulite. Sì, perché lui, seppure apparteneva alla loggia massonica della P2 o nonostante i numerosi precedenti contatti con la giustizia per i suoi affari concernenti la costruzione della Milano 2, le mani pulite ce le aveva, o così fa raccontare dai suoi pappagallini addomesticati e fedeli subalterni, o semplicemente da chi, nonostante non abbia nessun rapporto con il Silvio, fatica nell’evitare di assopire il proprio spirito critico.

Ma perché mai un milionario milanese, proprietario di un impero industriale che quasi avrebbe suscitato l’invidia di Rockefeller, avrebbe voluto immischiarsi negli affari politici italiani, tra l’altro in quel tempo particolarmente annaspati? Per il bene degli italiani, delusi e amareggiati dalle vicende politiche di allora? Per mera ambizione personale e per alimentare la sua inesauribile fame di potere? Per trarre un ulteriore arricchimento e un vantaggio personale dalla gestione del Governo? O per gioco, considerando la politica come uno svago capace di limare la noia della sua vita monotona e del tutto priva di divertimenti?

Fatto sta che in Italia nel ’94 si stava verificando una rivoluzione giudiziaria. Il bersaglio era Bettino Craxi. Proprio colui che nell’84 salvò Berlusconi con un decreto miracolo (chiamato per l’appunto ‘decreto Berlusconi’) che da un giorno all’altro  fu emanato e permise l’interconnessone delle reti televisive di Berlusconi prima considerate illegali, evitando così la rescissione dei contratti pubblicitari e il loro risarcimento che avrebbero provocato una grave perdita finanziaria per le esigue tasche del Cavaliere. Dunque, se il suo amico Bettino Craxi era stato avvicinato dalla giustizia, anche Silvio Berlusconi, per transitività, lo fu. Il passo successivo sarebbe stato probabilmente espropriare a Silvio le televisioni e il suo patrimonio.

Suona strana questa coincidenza tra lo scossone nella politica e la sua candidatura alla presidenza del Consiglio nel ‘94. Che Berlusconi sia entrato in politica per salvare i suoi affari?

Tuttavia, più di uno aveva sollevato eccezioni alla candidatura di Silvio, citando l’articolo 10 della legge n. 361 del 1957, secondo cui “nono sono eleggibili […] coloro che […] risultino vincolati con lo Stato […] per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica”. La legge sembrava parlare chiaro, eppure nel luglio la giunta per le elezioni (con un terzo dei deputati assenti) respinse a maggioranza i ricorsi che lamentavano l’illegittimità dell’elezione del Silvio. E questo viene eletto, seppure la sua prima parentesi politica non sia stata così longeva e stabile. Ma si rifà nel 2001, quando arriva la potere stabilmente e subito si mette all’opera: fa votare al senato e alla camera alcune leggi indirizzate a neutralizzare il lavoro dei giudici: legge sull’erogatoria internazionale, depenalizzazione del falso in bilancio. Leggi che cancellano alcuni reati di cui lui e alcuni suoi collaboratori sono accusati. La maggioranza è solida e le leggi proposte passano senza difficoltà, con l’annesso scalpore che travalica i confini nazionali.

Ma che colpa ha? In fondo, come ogni buon uomo d’affari, ha solo cercato di trarre il maggior profitto possibile dalla sua esperienza al Governo. In fondo è legittimo che il Presidente del Consiglio sia il supremo dominus della vita politica, che consideri la Repubblica, la Res publica, una res privata  fino a trasformarla, con mirate leggi ad personam, in res Berlusconiana, no?

L’importante è che aveva l’appoggio degli italiani. E Berlusconi il loro appoggio se lo era guadagnato mica adescandoli con promesse fittizie o con le attività delle sue televisioni, dei suoi giornali e delle sue case editrici, assolutamente. Lui, il Cavaliere, aveva inventato la edificante e culturalmente all’avanguardia televisione di intrattenimento, con la quale stuzzicare gli istinti più nobili dei telespettatori attraverso sculetti di donne svenevoli perennemente seminude, beceri programmi di gossip incentrati su pettegolezzi e quiz dal dubbio requisito di intelligenza.

La monumentale immobilità che la televisione lasciava percepire era di conforto, stimolava la propensione di istinti conservatori e tradizionalisti, acutizzava il bisogno di sicurezza. Regalando illusioni, molte stagioni di televisione avrebbero fatto regredire gli italiani a bambini, felici di rituali e assicurazioni, e a quel punto non sarebbe servito conquistare il popolo con un colpo di mano, chè il popolo sarebbe stato ben lieto di mettersi in fila e seguire il Pifferaio magico.

Sì, ma la televisore non è mica in grado di indirizzare il pensiero della gente, soprattutto se essa è nelle mani di un politico in buona fede come Berlusconi. Che influenza credete che possa aver avuto il fatto che, durante il caso Ruby, indagato personalmente e chiamato al tribunale nel momento in cui è primo ministro, Berlusconi abbia utilizzato tutti gli strumenti in suo possesso, come le televisioni, per veicolare il messaggio di essere vittima di un complotto contro di lui e contro i dirigenti della Fininvest? Poi, l’accanimento nei confronti della sua condotta di vita è immotivato: che importanza ha, nel giudizio di un Presidente del Consiglio, emblema del Paese nel mondo ed esempio per i suoi cittadini, la frequentazione di ragazzine minorenni  rispetto alle sue effettive capacità politiche?

Non importa se ha imbavagliato l’informazione televisiva e diretto l’Italia come fosse un suo feudo. Per i suoi seguaci, Berlusconi è un lussuoso lustro per la nazione, che con il suo carisma ha ridato importanza e attenzione all’Italia, grazie alla sua amicizia con i più grandi uomini di Stato dai quali era rispettato e temuto. Berlusconi, il motivo per cui vantarsi di essere italiani all’estero, seppur all’estero Berlusconi sia diventato uno dei luoghi comuni affibbiati agli italiani insieme a pizza e mafiosi. Che ottimo connubio: Berlusconi con la pizza e con i mafiosi. Non c’è modo migliore per essere rappresentati nel mondo, almeno per gli svampiti e miopi sostenitori dell’uomo che per quattro volte è stato al Governo e il cui unico risultato evidente, in un ventennio di depressione economica, è la sua scalata anno dopo anno nella graduatoria di Forbes dedicata agli uomini più ricchi del pianeta (nel ’93, un anno prima di entrare nella vita politica del Paese, era a serio rischio bancarotta; nel 2010, mentre è in carica il IV governo Berlusconi, è secondo in Italia dopo solo il signor Ferrero), lo stesso uomo che, da magnate della televisione, è stato coinvolto in prima persona nell’impoverimento culturale del paese: può capitare a tutti di sbagliare amici, di desiderare donne giovani o di voler essere il re del mondo, ma le briciole di palinsesto dedicate ai libri – a fronte di ore e ore di sculettamenti, telequiz e sbirciate al mondo di vip – sono una mancanza di stile che al Silvio non si può perdonare. Aveva a disposizione uno strumento fantastico, e l’ha impiegato per sdoganare e generalizzare la volgarità, la furberia, il culto della fortuna e la voglia di esserci ad ogni costo. E la stessa persona che, presumibilmente spinto dalla sua megalomania, ad 82 anni suonati, con il viso che sembra ringiovanire invece che invecchiare, non demorde nel lasciare la scena politica, rimanendone avvinghiato come un bambino a cui si cerca di strappare di mano il suo giocattolo preferito.

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Pubblicato da Der Suchende

Ricercatore di verità celate, appassionato di conoscenze sopite, domatore di concetti cavillosi, scrutatore di caleidoscopiche realtà.

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