Ipocrisia turco-siriana

Davvero sta accadendo un’altra volta, l’ennesima? Come mai continuiamo ad essere attratti dalla guerra come falene dalla luce mortale del fuoco? Quali evidenze fattuali ci convincono che la migliore soluzione ai problemi sia bombardare casualmente delle città abitate da civili inermi e conquistare dei ridicoli appezzamenti di terreno -magari anche deserti-? Ovviamente parlo della questione siriana e della Turchia, la quale si è arrogata il diritto di muovere guerra a un popolo che ha l’unica colpa di avere il proprio territorio troppo vicino ai turchi e con l’incentivo di essere incustodito e privo di un proprio assetto istituzionale riconosciuto a livello internazionale.

Si  è sollevato prontamente un grande coro di protesta per il suddetto evento, sono spuntati istantaneamente i fervidi sostenitori del popolo Curdo, schierati rigorosamente contro il mostro della Turchia e il suo dominus Erdogan, e non si sono fatte mancare le polemiche e i vari pareri discordanti.

Eppure il motivo della guerra dichiarato dalla Turchia non è così distante da quello propagandato dagli Stati Uniti e dagli annessi Paesi Europei quando sono sconfinati con i propri eserciti in Iraq o in Afghanistan, analogamente in Corea o in Vietnam. Ammantandosi dell’encomiabile obiettivo di estirpare il terrorismo o esportare la democrazia o diffondere la pace, anche i Paesi Occidentali si legittimati ad invadere un Paese portando, però, solo guerra.

Ma è facile trovare un nemico comune e schierarsi comodamente tutti insieme contro, sostenendosi a vicenda e linciando chi avanza un parere discordante. È facile sottostare all’incorreggibile visione dicotomica secondo cui esiste solo il bene assoluto e il male assoluto. È facile partecipare a raffazzonate manifestazioni e inneggiare cori da stadio e sfoggiare banali striscioni tutti uguali tra loro. È facile crogiolarsi leggendo accomodanti notizie riportate sui maggiori quotidiani senza indagare a fondo sulla questione.

Eppure il caso particolare della Siria che ha avuto così tanta risonanza, fino al giorno prima dell’invasione turca era completamente snobbata dalla maggior parte di coloro che ora si indignano sui social scrivendo post al vetriolo.

Questo, oltre a ribadire la mancata memoria storica della maggior parte delle persone (la stessa deficiente memoria storica che farà cadere nel dimenticatoio il caso siriano appena una settimana dopo che la situazione si sarà, bene o male, risolta) evince la dubbia autenticità dell’ondata di interesse per la questione siriana.

Ma rivela anche una tremenda miopia sull’analisi di un problema molto più vasto e che prescinde dal particolare caso siriano. Ci si può schierare apertamente dalla parte dei Curdi, cambiare l’immagine del profilo di facebook con una con la bandiera della Siria, puntare il dito contro Erdogan indicandolo come il fautore di un gesto aberrante, ma questo non impedirà il ripetersi dei medesimi eventi che stanno accadendo oggi. Così come quelli che stanno succedendo oggi non solo che una ormai scontata replica di avvenimenti già numerose altre volte susseguitesi in passato.

Ciò di cui bisognerebbe veramente preoccuparsi, allarmarsi e schierarsi contro, è il ritorno in auge di un sentimento endemico e pernicioso fomentato da passioni nazionaliste ed estremiste: stiamo assistendo ad una esasperazione delle controversie tra gli stati  (vedi la guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina, vedi la guerra nel Donbass tra Ucraina e Russia, ecc.), all’aumentare di vergognose  gesta da parte di esaltati che echeggiano le violenze nazi-fasciste, a una recrudescenza dei rapporti con gli stranieri, gli immigrati, coloro che vengono definiti ‘diversi’, e gli accadimenti siriani sono soltanto la punta dell’iceberg di un sostrato culturale e ideologico attualmente dominante.

Le circostanze siriani sono il frutto di sentimenti di odio, desiderio di prevaricazione nei confronti degli altri, paura del diverso, disorientamento e disagio sociale.  Sentimenti che serpeggiano sempre in maniera più estesa e che ci stanno conducendo a dimenticare che la guerra è ingiusta, perché danneggia gli innocenti che, pur non avendola voluta, sono costretti a subirla, che la guerra è un’aberrazione stupida, atroce e odiosa, del tutto incompatibile con la razionalità della stessa stirpe umana, che la guerra non deve essere neanche concepibile mentalmente, figuriamoci attuarla.

Ed ecco la fallacia dell’attuale opinione pubblica: invece di reclamare e protestare contro la Guerra, ci si limita semplicemente a schierarsi dalla parte di un popolo ritenuto, sì giustamente, attaccato, e allo stesso tempo si spera che questo risponda a suo volta in maniera belligerante. Invece di sconcertarsi per il fatto primario di ciò che sta avvenendo nel nord della Siria, ovvero la nascita di una guerra (l’ennesima in quella regione), ecco che si riparte col consueto giochino delle fazioni, schierandosi o da una parte o dall’altra, ma senza riflettere con obiettività e coerenza sull’essenzialità degli avvenimenti.

Tutto ciò a dimostrazione che non abbiamo ancora imparato nulla dai nostri errori passati: continuiamo a ragionare nella stessa logica di chi fa la guerra e poi lo disprezziamo. Fino a quando non scardineremo questo nostro modus cogitandi, fino a quando riterremo che per ottenere la pace sia indispensabile la guerra e che un fucile automatico è lo strumento migliore per rivendicare i propri interessi, allora possiamo starne certi che questa della Siria non sarà l’ultima occasione per sconcertarci per un Paese è stato invaso illegittimamente.

Pubblicato da Der Suchende

Ricercatore di verità celate, appassionato di conoscenze sopite, domatore di concetti cavillosi, scrutatore di caleidoscopiche realtà.

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