Inno all’ennesimo cocente rimpianto

“Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto.”

Devo iniziare a seguire più pedissequamente questa filosofia di vita dettata dalla massima di Faber. Soprattutto dopo la cocente delusione che difficilmente riuscirò a scrollarmi di dosso.

Sono giorni che si è insinuata nella mia mente una ragazza che incontro quotidianamente in biblioteca dove gli sguardi che ci scambiamo sono frequenti –o almeno così a me sembra. Sono particolarmente attratto da lei, sembra una ragazza interessante e simpatica, e credo che anche lei sia a me interessata –non so quanto questo sia più conforme a un’illusione piuttosto che alla realtà-, tuttavia non sono andato oltre al crogiolarmi con vane fantasie di me che la adesco e che la frequento. Poi un giorno arrivo in biblioteca, devo trovare un posto dove posizionarmi, scorgo un tavolo da quattro postazioni vuoto, con solo un posto occupato da un computer portatile e un quaderno aperto con degli appunti scritti sopra. Opto per sedermi nel posto di fronte a quello occupato perché è accanto alla finestra e mi piace intervallare brevemente  il mio studio per guardare rapidamente fuori dalla finestra. Comincio a studiare. Dopo un po’ arriva e si siede di fronte a me quella che è la proprietaria del pc e del quaderno lasciati sul tavolo. Mi accorgo subito che è proprio lei, la femme fatale protagonista delle mie fantasie. Sono colto subitaneamente da un’ondata di impetuoso imbarazzo accompagnato da una travolgente sensazione di calore tanto che comincio a sudare.  Se mi potessi osservare dall’esterno, potrei vedere la mia faccia dipingersi bruscamente di un rosso vermiglio come un ferro incandescente tirato fuori dalla fucina e pronto per essere battuto. Mi maledico per essermi seduto lì, penso che lei possa pensare di me come uno svampito che dopo averla osservata per giorni e aver studiato i suoi movimenti, ha riconosciuto i suoi oggetti sul tavolo e si è appositamente seduto di fronte a lei. Non riesco nemmeno ad alzare la testa dall’imbarazzo, ho gli occhi incollati sulle pagine del libro il quale leggo senza che capisca una parola ma solo per sembrare immerso nella studio. Poi inizio a convincermi che non mi è andata così male, anzi! Sono seduto di fronte alla ragazza per la quale spasimavo da giorni! Ho l’opportunità di tradurre in realtà le mie fantasie e smetterla con le seghe mentali. Comincio con il comportarmi da disinteressato e mostrarmi profondamente impegnato nello studio, poi capiterà l’occasione propizia per uno scambio di battute che apriranno la strada a un lungo dialogo -mi dico. Passano ore, percepisco il suo sguardo, dissimulato, su di me più di una volta, anche io l’ho fatto di soppiatto, ma i nostri sguardi non si sono mai ancora incrociati. Anche lei si impegna nello studio, ascolta la musica dalle cuffie, si alza, vede il cellulare, va dalla sua amica, e posso notare segni di irrequietezza che io associo, nonostante la mia modestia, alla mia presenza. Poi capita che io alzo lo sguardo per lanciarle un’altra occhiata di soppiatto e contemporaneamente lo fa anche lei e così i nostri sguardi si incrociano e scruto per un attimo i suoi occhi cerulei, poi entrambi abbassiamo il capo e ritorniamo ai nostri studi. Io continuo a studiare anche non sono riuscito a studiare nulla fino ad ora: la mia concentrazione si è data per dispersa, rapita dalla presenza di quella che è stata per giorni il mio chiodo fisso. L’imbarazzo e il timore iniziali sono stati scalzati da una sensazione di serenità nel starle seduto dirimpetto. Nel frattempo il tempo è volato via, è arrivata l’ora della chiusura della sala e la bibliotecaria, con il suo solito grido stridulo, esorta a avviarsi verso l’uscita. La ragazza di fronte a me, sentendo lo schiamazzare della bibliotecaria, si leva gli auricolari e, con un’espressione delusa, si capacita che è giunto l’orario della chiusura. Io comprendo che questo può essere un momento propizio per attaccare bottone, ma non accenno a niente se non a riporre automaticamente e velocemente le mie cose nello zaino, quasi come fossi spinto da una forza esterna e incontrollabile a sbrigarmi per poi fuggire via verso non so quali impegni urgenti da sbrigare. E così faccio. Esco dalla biblioteca mentre lei sta ancora risistemando il suo zaino, senza volgerle nemmeno uno sguardo. Passo dal bagno dove perdo del tempo anche per dare avvio all’autocommiserazione che già so mi terrà compagnia durante la serata. Poi mi avvio verso la stazione e ri-incontro lei che mi cammina davanti. Mi si presenta un’altra occasione proficua per fermarla e poterla conoscere! –penso. Accelero il passo. Ho già in mente una battuta striminzita con la quale rivolgermi e poter intavolare un dialogo e già mi immagino che potrei stare a parlare ore con lei e trascorrerei tutta la serata in sua compagnia invece di starmene da solo a crogiolarmi. Imbocco una scorciatoia per poter sbucare davanti a lei. Sbuco davanti a lei. La guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi. Posso leggerle una sensazione di sorpresa. Io rigiro la mia testa e proseguo per la mia strada, come se nulla fosse. E allora mi assesta il colpo finale: la sento che emette un greve e rumoroso sospiro. In quel sospiro, pesante come dieci elefanti sulla groppa, penetrante come una lama nel fianco, dolorosa come una lunga spina nel piede, leggo l’ennesima sconfitta alla mia inguaribile abulia in materia di ragazze.

Quel sospiro simultaneamente crea una piaga e la cicatrizza in modo che permarrà per lungo tempo come segno indelebile di un’ulteriore, forse la più clamorosa e impareggiabile occasione perduta. Ho fatto svanire, con le mie stesse mani, un’occasione d’oro e mi sono creato, con le mie stesse mani, un intramontabile motivo di rimpianto, l’ennesimo che si aggiunge alla numerosa lista di rimpianti mentre quella dei rimorsi rimane semivuota.

Donde deriva tale mia apatica rassegnazione che mi frena nel compiere azioni risolute? Forse da una malcelato piacere nell’autocommiserazione che deriva dalla delusione, forse da una vena di supino e conservatrice adattamento alla routine la quale potrebbe essere sconvolta da gesti fuori dall’ordinario, forse da una mancata sicurezza in me stesso che mi fa credere di non essere in grado di compiere determinate azioni e quindi mi fa fallire ancora prima di provarci?

Avrei potuto conoscerla e amarla e poter essere amato e ora starei tessendo lodi sull’Amore, invece sono qui a crogiolarmi e compiangermi per l’ennesima occasione lasciata ad aspettare finché non è avvizzita e non mi resta che ruzzolare nella scrittura, della quale uno degli uffici è proprio convogliare i rimpianti ed i rimorsi.

Pubblicato da Der Suchende

Ricercatore di verità celate, appassionato di conoscenze sopite, domatore di concetti cavillosi, scrutatore di caleidoscopiche realtà.

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