Cecità di Saramago

Già il titolo, “Cecità”, come il solo pensare a delle malattie, mi incuteva un certo sentimento di angoscia prima ancora di leggerlo, rinfacciandomi la mia malcelata e vanamente rinnegata ipocondria. Non senza riluttanza, seppure essendo tanto encomiato dalla critica, mi sono deciso, infine, di avventurarmi nella lettura del libro di Saramago, non pentendomene.

Mentre l’ho letto, mentre stavo per giungere al termine del libro e quando l’ho finito, ho cercato in tutti i modi di cogliere una seppur magra e vaga chiave di lettura che mi permettesse di interpretare la storia raccontata nel libro come una grande allegoria della nostra società, dei nostri comportamenti, dell’animo umano, della vita stessa. Ho intrapreso anche io un viaggio, insieme ai personaggi del libro, progressivamente dall’inizio alla fine, attraverso le diverse chiavi di lettura, diverse per ogni fase del libro, che appioppavo al libro.

Inizialmente, ai primordi della storia del libro, mi si è affacciato un punto di vista, corroborato anche da altri argomenti integrati in fasi più avanzate della storia del libro, secondo il quale la cecità -questo male che fa vedere tutto bianco, che fa in modo di vivere non banalmente circondati da tenebre, ma all’interno di uno splendore luminoso, dove la notte non esiste-  non sia da considerare negativamente: è l’inizio di una storia, pensavo, che porterà i personaggi ad andare oltre le apparenze causate dalla visione, la quale fa soffermare sulla forma, per poter così scavare più a fondo e penetrare l’animo umano così da poter conoscere una persona meglio di quanto non si possa fare se si possedesse la vista. Quindi la cecità diventa, metaforicamente, un punto di forza, una qualità, un’espediente per poter travalicare, in un certo senso, i limiti dell’uomo per poter approdare in una nuova e più evoluta condizione, la quale non richiede il possesso della vista per vedere. Infatti sarà proprio grazie alla mancanza della vista che la donna dagli occhiali scuri, giovane, sensuale e avvenente nell’aspetto, si sia potuta innamorare di un vecchio con una cataratta in un occhio e una benda nera sull’altro.

Ingenuo me a credere in una visione tanto edulcorata della storia del libro, il quale sarebbe stato una semplice e mediocre favola per bambini se avesse seguito i canoni da me ipotizzati. Col progredire della lettura, infatti, mi si è schiarita la vista, per restare in tema: i ciechi si lasciano andare al completo degrado, allo sbaraglio, cadendo rovinosamente in un baratro senza fondo, non avendo più cura di nient’altro, né della propria igiene, né dei propri sentimenti, né dei propri pensieri ma solo delle ordinarie e becere preoccupazioni di soddisfare i propri istinti animaleschi, quali la fame e l’appetito sessuale. La cecità aveva fatto regredire la civiltà alle fonti primordiali del tugurio. Altro che cecità come strumento di elevazione spirituale, come progresso dell’animo umano. Essa è piuttosto una devoluzione  allo stato animale  dell’uomo il quale perde, insieme alla vista , tutte le prerogative che lo distinguono come uomo, ciechi non solo della vista ma anche, e soprattutto, dei sentimenti.

Poi ho cominciato a pensare che la cecità -intesa come epidemia che si diffonde a macchia d’olio senza risparmiare nessuno, quel male bianco che rende doppiamente invisibili perché, al contrario del buio in cui vivono i “tradizionali” ciechi è in definitiva assenza di luce che si limita a coprire l’apparenza degli esseri e delle cose lasciandoli intatti al di là di quel velo nero, invece il bianco in cui erano immersi i ciechi del libro, talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri- potesse essere intesa come la cecità dell’uomo moderno che vive senza vedere, ovvero vive meccanicamente, brancolando nel buio di tutto ciò che lo circonda e che rimane a lui non scoperto e ignoto, che prosegue  per automatismi, eseguendo sempre le stesse operazioni giorno dopo giorno, in modo che durante le sue giornate si potrebbe anche orientarsi come un cieco, se cieco già non lo è; uomo che non si sofferma neanche un momento alla sola idea di voler approfondire una della miriade di argomenti che si aggrovigliano durante la sua giornata, un uomo che si accontenta di vivere senza scopo altrimenti  del mero e vuoto vivere. Le persone del mondo del libro non sono diventate tutte improvvisamente cieche, cieche lo erano già, ciechi che pur vedendo, non vedono. E anche quando, alla fine del libro, riacquisiscono tutti miracolosamente la vista, in realtà continueranno ad essere ciechi, perché desiderano essere ciechi, e non c’è peggior cieco di chi no voglia vedere.

E allora il ruolo della moglie del medico quale unica persona a non aver perso la vista e il significato del fatto che l’unica persona a vederci ancora sia una donna? La donna rappresenta la vita, che ci tiene per mano e ci guida, senza che ne siamo consapevoli. La vita, la vita stessa, è l’unica che conserva la vista seppur noi la perdiamo, e ci fa continuare a vivere quasi per inerzia, arrancando e procedendo così lentamente rispetto a quando la vista ce l’avevamo ancora e potevamo coniugarla a quella della vita. Ma quando perdiamo la vista, anche la vita comincia progressivamente a scemare, fino a quando non si smorzerà del tutto. Ma la fine della vita sarà decisa da noi stessi: se ci lasciamo andare al degrado, la vita si lascerà andare spegnendosi.

Ma, alla fine, ho demorso il strenuo tentativo di interpretazione del libro e  mi sono arreso all’idea che l’obiettivo di Saramago non era quello di elaborare una grande metafora. “Cecità” è semplicemente scritto bene e proprio perché scritto bene, così come ogni gran romanzo che non avesse alcuna premeditata intenzione di sollevare riflessioni o critiche, induce spontaneamente e involontariamente a far sollevare delle riflessioni correlate ai vari particolari del libro, senza quindi lasciar intravedere una chiave di lettura univoca. È questo il pregio di un buon libro, e il marchio distintivo che lo fa distinguere da un libro mediocre: che senza preporsi di suscitare riflessioni, fa riflettere lo stesso. E quindi ti lascia un marchio indelebile, e quando ricorderai i libri letti, tra i tanti (se son tanti) esso sarà uno dei primi.

Pubblicato da Der Suchende

Ricercatore di verità celate, appassionato di conoscenze sopite, domatore di concetti cavillosi, scrutatore di caleidoscopiche realtà.

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