Esame di coscienza pt1: sto nuotando, galleggiando o affondando?

Sto perdendo di vista chi sono, cosa voglio, cosa faccio? Sto procedendo per pura inerzia, senza particolari prospettive future, vivendo giorno per giorno sbrigando le quotidiane faccende giornaliere e nient’altro?

Sono arrivato a questo punto di impasse dopo che mi sono reso conto dell’inconcludenza dei miei giorni, che trascorrono tutti uguali, e per questo tutti dimenticabili. Giorni senza particolari scoperte, senza particolari emozioni, senza alti ne bassi, senza problemi né sorprese. Giorni abulici, vissuti da pachiderma concentrato in una sola ed esclusiva attività. Concentrato, si fa per dire. Per quanto mi dedico a quella attività, che per inciso trattasi di studio, dovrei arrivare a livelli altissimi e eccellere. Non ci sono altri modi per eccellere nello studio se non quello di studiare con abnegazione per l’intero arco della giornata. Eppure raggiungo livelli medi, non eccelsi, che potrei raggiungere anche se diminuissi la mia dose di studio. Perché lo studio forse è diventato il mio rifugio dove ripararmi e vivere adagio, dove non debbo fare altro che leggere e ripetere, leggere e ripetere. Forse lo studio è diventata la mia gabbia, dove deliberatamente mi ci rintano. Compromettendo le mie libertà, ci guadagno in sicurezza e vita moderata, senza fatiche né preoccupazioni, né doveri né richieste, né esposizioni né giudizi, né sentimenti. Infatti le mie relazioni sociali sono ridotte all’osso. Due sono le facce che la maggior parte del giorno vedo, quella di mia madre e di mio padre. E con loro scambio poche parole, parole di circostanza, parole inutili, parole che si possono contare sulle dita della mano, e sono le stesse parole che fuoriescono dalla mia bocca per la giornata intera. Per il resto dialogo solo tra me e me nella mia mente. Vivo in una bolla, e seppur non faccia nulla di particolare, ci sguazzo nella mia miseria di attività. Vivo rimandando al futuro le gioie e i momenti migliori che ora fuggo o fuggono da me. Sicuramente non sono loro ad esulare da me, non ci sarebbe motivo perché una persona debba vivere solo di momenti negativi, almeno che questa non faccia in modo di evadere da quei momenti negativi e cercarsi i momenti migliori. Ecco, io non lo faccio. Mi crogiolo in questa insoddisfacente condizione volontariamente. Penso che ora non ci sia niente nelle mie circostanze che possa realmente giovarmi e delego al me stesso del futuro di valorizzare il sacrificio di questi momenti elaborando dei momenti positivi. Penso di non vivere nell’ambiente adatto a soddisfare le mie voraci esigenze. Penso che vivo in un paesino sperduto di campagna che non offre alcuna possibilità delle possibilità che potrebbero soddisfare le mie esigenze. Le mie aspettative culturali, che sono le più pressanti, sono mortificate in questo ambiente. E alle aspettative culturali sono legate tutte le sfaccettature che colorano la mia insoddisfacente condizione: la mancanza di amicizie con le quali discutere di argomenti travolgenti, la mancanza di una ragazza dalla quale sia interessato, alla quale interessi e con la quale possa espletare i miei impulsi più istintivi che vengono inesorabilmente lasciati alla triste e autolesiva autosoddisfazione, la mancanza di pungoli che mi spingano ad uscire di casa e a sperimentare i luoghi vissuti intorno a me. E allora resto in casa, la riputo l’alternativa migliore da quelle offertemi. Reputo che le azioni migliori da fare sia studiare mattina e pomeriggio e la sera, se non sono abbastanza mentalmente stanco, leggere un libro, oppure vedere la televisione e rimpinzarmi di vacuità e insulsaggini propinate a bizzeffe in film e dibattiti televisivi.

Sto vivendo in una barca a vela che naviga su un mare piatto, calmo, innocuo, grigio, senza vento che mi spinga, e procedo a rilento tanto che mi sembra di rimanere sempre fermo. E la cosa peggiore è che inizio a convincermi che questa sia la condizione normale, che rassegnarmi e abituarmi a vivere sempre senza vento che spira né dalla mia parte né contro. Sta cominciando ad illanguidirsi la mia voglia di bufere, di tempeste, che mi facciano sobbalzare sulla mia precaria barca, che mi sballottino, ma che mi offrano le condizioni più adatte per agire per non essere completamente in balie delle onde.

Vivo in una raccapricciante stagnazione che agisce su di me come un circolo vizioso, facendomi desiderare ulteriore stagnazione, ulteriore piattume, ulteriore indolenza, e continuerò a precipitare in questo vortice senza fine se non comincio a svincolarmi prima di tutto dal mio modo di pensare deleterio che funge da deterrente ad ogni possibile cambiamento alla mia condizione. Devo cominciare ad essere più propositivo e meno remissivo, più esuberante e meno abulico, più proattivo e meno recalcitrante. E rendermi conto che la mia condizione attuale insoddisfacente me la creo e me la cerco io, e che risiede nelle mie stesse mani la facoltà di sconvolgerla. 

Pubblicato da Der Suchende

Ricercatore di verità celate, appassionato di conoscenze sopite, domatore di concetti cavillosi, scrutatore di caleidoscopiche realtà.

3 pensieri riguardo “Esame di coscienza pt1: sto nuotando, galleggiando o affondando?

  1. Se posso darti un consiglio, inizia dalle piccole cose.
    Sono una studentessa, diversa da te ma per un periodo ho provato la stessa estranietà e voglia di isolamento.
    Poi non ce l’ho fatta più e piano piano ho ripreso a fare ciò che prima facevo.
    Ho iniziato portando a spasso il cane.
    Poi ho continuato facendo una passeggiata la sera.
    Poi quando non dovevo ripetere ho approfittato dello studio in biblioteca.
    Piano piano ho ripreso a respirare ed ogni cosa lentamente è ritornata in asse.
    Coraggio siamo tutti un po’ incerti sul nostro futuro, l’importante è rimanere aperti al mondo.
    Ti sono vicina col pensiero

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    1. Sono veramente grato del tuo consiglio. Apprezzo davvero molto la tua notevole simpatia (nel senso proprio del termine, ovvero l’inclinazione a comprendere e provare gli stessi sentimenti e le stesse emozioni di un’altra persona). Devo specificare, però, che la mia è qualcosa di diverso da semplice voglia di isolamento: è più percezione di essere isolato, percezione di lontananza da ciò che mi è vicino e da ciò che caratterizza i miei giorni e, per transitività, me stesso. E questo mi spinge a rifugiarmi nel vano e lesivo bovarismo, che mi isola ancor di più seppur non voglia essere isolato. Mi trovo più in sintonia con il tuo termine ‘estraneità’, appunto. Ovvero quella sensazione di incompatibilità con ciò che mi è attorno. Ecco perché ripongo tutte le mie energie e speranze nello studio, il quale però diventa inevitabilmente morboso e spasmodico.
      Spero tanto di essere chiaro. Come posso dedurre tu sappia bene, queste sentimenti (come la maggior parte dei sentimenti) esulano dalla facilità dell’espressione a parole, e quindi risulta arduo che siano compresi per filo e per segno per come sono percepiti.
      Sono curioso, però, se non risulto impertinente, di conoscere se la tua sensazione di estraneità, se questa non fosse effettivamente da te più percepita, sia svanita nello stesso contesto e nelle stesse circostanze in cui essa era nata. Ovvero, se tu abbia cambiato qualcosa (nelle attività che svolgi, nei luoghi che frequenti, nelle persone con cui ti relazioni, o semplicemente nelle abitudini) affinché la tua estraneità svanisse.

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      1. Sicuramente è difficile comprenderlo appieno e nel profondo ciò che sentono gli altri; le emozioni sono nostre e nostre soltanto. Quello che si può fare è tendere la mano a chi ha vissuti simili ai nostri e “insegnare” ciò che si è provato.
        Nello specifico : sono una persona molto socievole che ha vissuto appieno il sul ciclo universitario, viaggiando, facendo conoscenze, stando con i ragazzi. Ad un certo punto la giostra è risultata troppo veloce e mi sono persa.
        Sono trascorsi gli anni e mi sono ritrovata persa, senza nulla tra le mani e ho sentito che non ero più felice.
        Lentamente mi sono isolata buttandomi sullo studio, cercando di recuperare gli anni persi, ma più cercavo di farlo e meno riuscivo e più mi sentivo sola, persa ancora di più.
        Ho capito quindi che avevo bisogno di aria, di darmi dei tempi. Studiare senza mai freno non porta a nulla se non frustrazione, sapere che oltre lo studio c’è altro ti fa sentire vivo, ti da uno scopo a fine giornata. Ho ricominciato a fare piccole cose che mi dessero respiro.
        Andavo in biblioteca e chiacchieravo alle macchinette con un caffè in mano e sentivo di nuovo calore.
        Invece di vedere film a casa, ho ripreso ad andare al cinema, cosa che ho sempre amato fare.
        Ora vado in palestra anche, cosa che prima non avevo mai fatto.
        Quindi posso dirti che si ho cambiato abitudini in alcuni sensi, in altri no ho ripreso semplicemente a fare cose che amavo fare.
        Capisco che quello che provo io e quello che provi tu siano cose simili e allo stesso tempo distanti, ma l’ estraneità che tu percepisci dipende unicamente da te, sei tu l’artefice dei tuoi sentimenti e questo lo comprendo perché anche io sono stata artefice delle mie insicurezze e preoccupazioni.
        Per questo l’unico Consiglio che posso dare è quello di mettersi alla prova e provare a cambiare il proprio modo di percepirsi e di percepire quello che accade all’esterno e provare ad uscire fuori cambiando le proprie abitudine ma rispettando ciò che tu ami fare.
        Non so se sono riuscita a farmi capire e a darti un valido Consiglio

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