Sul coronavirus

Nei peggiori film apocalittici  siamo stati abituati ad assistere al contagio fuori controllo di virus letali che minacciano la sopravvivenza dell’intera umanità. Sarà magari l’influenza e il retaggio lasciatici dal cinema ad aver provocato una tale isteria incontrollata per un virus simil-influenzale di cui si può dire tutto tranne che sia letale? Oppure sarà l’inoppugnabile avversione alla matematica che fuorvia la gente facendole trascurare il basso tasso di mortalità del virus? Fatto sta che è diffusa la percezione isterica di rischio per la propria vita anche da parte di chi affronterebbe l’eventuale contrazione del Covid-19 come una banale influenza invernale, sebbene i dati dimostrino che solo meno della metà della metà della metà della metà della metà dei contagiati non riesce a superare incolume tale virus.

Stiamo sperimentando, in questo periodo, una situazione che non abbiamo mai affrontato prima e che non eravamo pronti per affrontarla (la confusione che si è generata ne è la dimostrazione). E i modi con cui stiamo reagendo sono la chiara espressione di tutte le fragilità di ogni individuo e della società. In un momento che richiede le nostre forze e la nostra razionalità, abbiamo mostrato invece le debolezze e stiamo reagendo guadati dalla paura che offusca la mente e non ci fa ragionare.

E su questo i media giocano un ruolo fondamentale. Con la loro opera di sciacallaggio o con la rancida fossilizzazione su notizie concernenti il virus non hanno fatto altro che esacerbare le paure e di conseguenza gli atteggiamenti meno razionali delle persone più suscettibili a reazioni di pancia. Come si può non aspettarsi l’isteria generale se tutte le edizioni di telegiornali (che diventano automaticamente il mezzo più utilizzato per informarsi da quelle persone che utilizzano la televisione come ponte di connessione verso il mondo, ovvero dalla stragrande maggioranza delle persone) hanno come maggiore premura quella di portare il conto dei morti e dei contagiati da coronavirus? Come può una persona che guarda un telegiornale che riporta costantemente e ripetitivamente qualsivoglia notizia, più o meno negativa, sul virus  trattenersi dall’esasperare la sua preoccupazione e la sua paura che diventano così inevitabilmente sproporzionate rispetto alla gravità della situazione?

Per non parlare poi del ruolo delicato cui sta spettando al governo che per la prima volta -forse non soltanto per l’attuale esecutivo ma per la prima volta della storia repubblicana italiana- si sta effettivamente industriando per prendere delle decisioni ferme e decise, e quindi si può comprendere tutta la loro difficoltà e mancanza di esperienza nel prendere rapide decisioni, soprattutto se poco prima erano impegnati con tutte le loro energie su irrisolte discussioni che si protraevano da mesi e che riguardavano tematiche cruciali e vitali per il paese, come la prescrizione. È lampante che il governo stia procedendo a tentoni e che non sappia cosa fare veramente. Si limita ad attuare progressivamente delle mezze misure che vanno a riparare le mancanze delle misure precedenti. Invece di percorre sin dall’inizio una strada delineando provvedimenti chiari per impedire il diffondersi del contagio, hanno prima attuato delle misure tampone che si sono rivelate totalmente inefficaci e poi hanno stabilito altre misure più stringenti che fungono però da palliativo all’ormai diffusione del virus già avviata, evidenziando in maniera lapalissiana che chi sta guidando il Pase non ha ancora compreso la strada da percorrere. Se l’esecutivo procederà con il modo di operare mostrato fino ad ora, dal circoscrivere come zona rossa  una piccola area  si finirà per porre come zona rossa l’Italia intera. Ma è parzialmente inutile biasimare eccessivamente l’attuale governo: quella delle difficoltà decisionali è una problematicità tipica delle democrazia e richiede un ragionamento ben più profondo e articolato -vedi in confronto la gestione dell’emergenza in Cina dove sono state imposte disposizioni draconiane che prima in Italia sono state criticate per la loro durezza ma che ora sono rimpiante perché si sono rivelate efficaci.

Chi può negare che dai momenti di difficoltà se ne esce tutti insieme, aiutandosi reciprocamente? E la diffusione del virus ha avuto l’effetto di aizzare i sentimenti nazionalisti inoculando nella mente delle persone  un virus ben più temibile: quello del razzismo. C’è da rimanere increduli difronte  a discriminazione di persone in virtù esclusivamente dei loro tratti somatici, sembra di essere tornati indietro di 50 anni. Oppure il non accettare persone nel proprio Paese soltanto perché provenienti da paesi dove ci sono poche centinaia di contagi. E si è cominciato proprio qui in Italia con le discriminazioni e con le manifestazioni di razzismo nei confronti di persone di origine cinese, e poi sono passati gli italiani stessi dalla parte dei discriminati e dei rifiutati, sperimentando sulla loro pelle l’assurda irrazionalità di giudicare una persona esclusivamente per la sua nazionalità. Come è diverso il mondo quando si passa dalla parte delle vittime: improvvisamente si assume l’aurea angelica degli innocenti vittime di soprusi illegittimi e si misconosce il proprio passato di soprusi illegittimi nei confronti degli altri!  Il risultato dei vani battibecchi tra nazionalità diverse è una frammentazione dei Paesi, nel mondo e in Europa, che sicuramente risulta lesiva per la risoluzione dei vari problemi –sanitari, economici, politici,  sociali- che minacciano ormai ogni singolo Paese, anche quello che decide di isolarsi da tutto il mondo per evitare il contagio (a patto che sia possibile isolarsi da tutto il mondo). E a proposito di Europa, ormai il suo ruolo è sempre più evanescente e in questi giorni in cui più di sempre sarebbe richiesta l’adesione ai principi costituenti di unità, coesione, e fratellanza dell’Unione Europea, questa è più un fantasma che un’effettiva unione dei popoli: non ricordo quando abbia preso l’ultima pragmatica decisione riguardante problematiche sovranazionali o forse non ne ho mai assistito ad alcuna, ma sicuramente sarà dovuto alla mia giovane età. In fin dei conti, l’Unione Europea ha proprio lo scopo di dirimere le faccende che trascendono dai singoli Stati, quindi dubito che non abbia mai assunto al suo scopo. O sbaglio?

Ma quello che più di tutti è da biasimare è l’atteggiamento con cui stanno reagendo le persone. Perché non si può negare che il governo stia facendo il possibile e non si può non riconoscere che gli organi istituzionali siano a lavoro, e i media possono raccontare per giornate intere con toni catastrofici la situazione attuale, ma la gestione e quindi la risoluzione del problema potrà avvenire soltanto dal basso, partendo dai comportamenti di ciascun individuo. E invece si assiste a una completa e deprecabile isteria di massa, con supermercati presi d’assalto, persone che fuggono dalle città per ritornare nei paesi d’origine e contribuendo così a diffondere il virus, panico e delirio mostrato sui social dove dilagano notizie false che non fanno altro che insufflare un allarmismo esasperato che è deleterio per la gestione lucida e razionale del problema.

Però, nella drammaticità che comporterebbe un’ulteriore diffusione del virus, c’è da rendersi conto che questi possono diventare giorni d’oro per la nostra società. È un periodo in cui stanno venendo a galla tutte le nostre fragilità e debolezze e, riconoscendole, possono essere lenite e, una volta che il virus sarà passato, la società potrà ricostituirsi più solida e preparata di prima, in maniera che in futuro non si vada daccapo completamente in tilt. Ora infatti si è fermato tutto: attività commerciali, lavoro, turismo, esportazioni, voli aerei, trasporti, attività culturali e ricreative, educazione, istruzione, mostre, concerti, tutto. E ciò è un segnale inequivocabile di come la nostra società sia essenzialmente un castello di carte e che il suo punto di forza, ovvero la connessione tra Paesi e la globalizzazione, può tramutarsi improvvisamente nel suo aguzzino, soprattutto se non si è preparati, e noi non lo siamo stati.

Questo sfogo retorico e autoreferenziale ha essenzialmente il fine di porre una pietra miliare in quello che sta succedendo, perché gli eventi attuali lasceranno sicuramente i loro segni più o meno indelebili ed entreranno di prepotenza nei libri di storia come la prima vera epidemia globale. Ma non dovrà entrare soltanto nei libri di storia, dovrà rimanere nelle nostre menti e da questa situazione dovremo imparare molto. Dovremmo riconoscere le nostre fragilità, analizzarle e rimediarle affinché non veniamo nuovamente colti impreparati per eventuali altre epidemia che potrebbero riscontrare una mortalità ben peggiore di questa.

Quello attuale è un banco di prova e difficilmente si può affermare che si stia procedendo in maniera impeccabile, anzi. Ma sarà fondamentale imparare dagli errori.

Pubblicato da Der Suchende

Ricercatore di verità celate, appassionato di conoscenze sopite, domatore di concetti cavillosi, scrutatore di caleidoscopiche realtà.

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