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Sul fatidico ritorno del fascismo

Sovente si utilizzano particolari eventi per corroborare il pensiero comune secondo il quale la storia segua una cadenza ritmica e che alcuni eventi siano l’inevitabile immagine speculare di altri accaduti nel passato e che si ripresentano in maniera ciclica.

Questa fallacia logica è facilmente contestabile. Gli eventi non si possono ripetere, non si ripeteranno e non si sono mai ripetuti. Pure quelli che in apparenza possono sembrare affini, in realtà sono profondamente diversi. Perché sono innumerevoli i fattori che caratterizzano un evento storico. E ogni fattore è una caratteristica tipica di un periodo storico. Non è il tempo l’unico a scorrere, ma con esso mutano contestualmente quelle che sono le sue caratteristiche e peculiarità. Nulla è permanente, figuriamoci se lo sia la storia, elemento perennemente mutevole per antonomasia.

Non sono solo i mezzi, intesi come le condizioni tecnologiche e conoscitive, a determinare il periodo storico e a renderlo unico e irripetibile, ma anche i sentimenti che, come un effluvio, hanno un proprio epicentro e poi si diffondono per un certo periodo per poi svanire ed essere rimpiazzati da una nuova e diversa marea. Mezzi e sentimenti sono strettamente interconnessi tra di loro: al variare dei mezzi corrisponde un mutamento dei sentimenti, e viceversa.

Eppure oggi è diffuso il timore di un’eventuale recrudescenza degli eventi attuali che possa sfociare in un ritorno in auge di taluni sentimenti: sebbene il contesto storico, costituito da mezzi -tecnologie, usi, stili di vita, condizioni economiche, benessere- e sentimenti -rancore, disaffezione dalla vita politica, giustizia sociale, desiderio di riscatto, disagio- sia completamente differente, spuntano ovunque granitici sostenitori del ritorno di vecchie correnti, come ad esempio quella del fascismo.

Ora, già il dover riutilizzare il termine ‘fascista’ dopo la prolungata e nauseante parentesi passata dovrebbe ledere la nostra intelligenza, non solo perché dovrebbe essere un argomento incastonato nel passato e ormai digerito ed espulso come insopportabili feci, ma anche perché è del tutto anacronistico far riaffiorare impulsi legati  a un secolo fa e appiopparli nella nostra società  totalmente differente da quella di allora e che quindi non ha nulla da condividere con il fascismo.

Nonostante ciò, in molti, invasati, già corrono alla difesa improvvisandosi partigiani d’accatto vittime dei soprusi e delle angherie di manigoldi fascisti e inveiscono e si scandalizzano ad ogni qualsivoglia retrogrado e grottesco atteggiamento che possa rimandare anche lontanamente ad un inneggiamento al fascismo. Ma sono proprio questi, gli irremovibili convinti del rinnovato e dilagante fascismo, ad essere i principali fautori della diffusione del fascismo.

Un fenomeno che sarebbe una luce fioca che si estinguerebbe da sola, un’erbaccia facilmente calpestabile e sradicabile,  uno sputacchio del mondo di oggi, viene foraggiato e ingigantito proprio da coloro, miopi e altrettanto fanatici, che non si accorgono della ridicolezza di tale fenomeno che, totalmente fuori contesto nella nostra società, percorre un a vicolo cieco. E invece di aspettare che vada da solo a schiantarsi contro il muro, gli si riversa gran parte dell’attenzione e diventa uno degli argomenti principali del dibattito pubblico.

E quel ristretto, ristrettissimo manipolo di persone ignoranti, becere, sbandate, facinorose,  che inneggiano ridicolmente al fascismo e che se lasciate a loro stesse sarebbero più innocue di bambino impegnato a godersi il suo leccalecca, hanno la possibilità di veder diffondere la loro immonda immagine e le loro sudice idee proprio attraverso i loro oppositori, che sono tutto il resto delle persone ma che giocano al loro stesso gioco e che si illudono di vincere al tavolo del baro.

Oltre a correre il rischio che presentare quella che è una corrente rinsecchita e smilza come un fiume in piena può condurre ad alimentare, paradossalmente, tale innocuo fiumiciattolo, così facendo si perde l’occasione di studiare e capire un fenomeno, che viene subito etichettato grossolanamente come fascismo, con delle chiavi di lettura congrue al nostro contesto storico, e si perde quindi la possibilità di curarlo e estirparlo dalle radici. Quell’esigua conventicola di persone saranno pure convintamente fasciste, ma già il fatto di sentirsi fascista è per loro una sconfitta.

Oggi, paradossalmente, coloro che si proclamano i combattenti del fascismo coincidono proprio con coloro che contribuiscono a crearlo e a diramarlo. E contestualmente con la conseguente ed effettiva diffusione del fascismo, si inaspriscono i sentimenti con il sopraggiungere di ulteriori esagitati, questa volta di sinistra, che vanno a ricreare esattamente la situazione presente un secolo fa, con un’esasperazione della recidiva dicotomia, inutile e futile, tra destra e sinistra.

Questo ritornare a galla di taluni sentimenti antiquati, i quali già in passato erano stucchevoli e vituperevoli ma che ora lo sono ancora di più in virtù della loro completa e rancida inattualità che li fa puzzare di marcio, sono i freni per un progresso lineare della storia che così, invece, si inviluppa in un percorso spiraleggiante. E tali freni, tali sentimenti anacronistici e del tutto fuori luogo in quanto per niente in simbiosi con i mezzi della storia attuale, sono l’inevitabile conseguenza della flebile memoria umana che troppo spesso dimentica e troppo poco ricorda.

Per ciò siamo costretti ad  ri-assistere a sceneggiate raccapriccianti di gesti e atteggiamenti fascisti con una esacerbazione delle manifestazioni di odio razziale,  a scontri ideologici su dibatti vani e regressi, a un’acutizzazione della violenza considerata come il mezzo più adatto per esprimersi, al bisogno della capitalizzazione del consenso pubblico da parte di un unico leader e al bisogno di un unico leader…, come in una stantia e recidiva commedia con sempre la stessa trama, con sempre gli stessi attori e con sempre gli stessi spettatori.

E, ancor peggio, dando valore a impulsi superati e inopportuni si evince l’umana fallacia e l’ineluttabile segno della stoltezza dell’uomo medio che persevera nel commettere i soliti identici errori.

Ritornare ostinatamente con lo sguardo al passato non fa altro che fraintendere il presente. Ed è questo il nostro più grande abbaglio: interpretare la realtà dei fatti contemporanei con chiavi di lettura obsolete e arcaiche, non capendo che la storia muta costantemente e che ogni evento, seppur avendo radici nel passato, è differente da tutti quelli avvenuti precedentemente. Ci ostiniamo a non capire il corso lineare della storia, convincendoci dell’inevitabilità del ritorno di alcuni fenomeni e, così facendo, si mina lo sviluppo della storia, la sua evoluzione e la nostra evoluzione, e si corre a capofitto nel passato, indietreggiando invece di avanzare, affondando invece di navigare col vento in poppa.

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Ipocrisia turco-siriana

Davvero sta accadendo un’altra volta, l’ennesima? Come mai continuiamo ad essere attratti dalla guerra come falene dalla luce mortale del fuoco? Quali evidenze fattuali ci convincono che la migliore soluzione ai problemi sia bombardare casualmente delle città abitate da civili inermi e conquistare dei ridicoli appezzamenti di terreno -magari anche deserti-? Ovviamente parlo della questione siriana e della Turchia, la quale si è arrogata il diritto di muovere guerra a un popolo che ha l’unica colpa di avere il proprio territorio troppo vicino ai turchi e con l’incentivo di essere incustodito e privo di un proprio assetto istituzionale riconosciuto a livello internazionale.

Si  è sollevato prontamente un grande coro di protesta per il suddetto evento, sono spuntati istantaneamente i fervidi sostenitori del popolo Curdo, schierati rigorosamente contro il mostro della Turchia e il suo dominus Erdogan, e non si sono fatte mancare le polemiche e i vari pareri discordanti.

Eppure il motivo della guerra dichiarato dalla Turchia non è così distante da quello propagandato dagli Stati Uniti e dagli annessi Paesi Europei quando sono sconfinati con i propri eserciti in Iraq o in Afghanistan, analogamente in Corea o in Vietnam. Ammantandosi dell’encomiabile obiettivo di estirpare il terrorismo o esportare la democrazia o diffondere la pace, anche i Paesi Occidentali si legittimati ad invadere un Paese portando, però, solo guerra.

Ma è facile trovare un nemico comune e schierarsi comodamente tutti insieme contro, sostenendosi a vicenda e linciando chi avanza un parere discordante. È facile sottostare all’incorreggibile visione dicotomica secondo cui esiste solo il bene assoluto e il male assoluto. È facile partecipare a raffazzonate manifestazioni e inneggiare cori da stadio e sfoggiare banali striscioni tutti uguali tra loro. È facile crogiolarsi leggendo accomodanti notizie riportate sui maggiori quotidiani senza indagare a fondo sulla questione.

Eppure il caso particolare della Siria che ha avuto così tanta risonanza, fino al giorno prima dell’invasione turca era completamente snobbata dalla maggior parte di coloro che ora si indignano sui social scrivendo post al vetriolo.

Questo, oltre a ribadire la mancata memoria storica della maggior parte delle persone (la stessa deficiente memoria storica che farà cadere nel dimenticatoio il caso siriano appena una settimana dopo che la situazione si sarà, bene o male, risolta) evince la dubbia autenticità dell’ondata di interesse per la questione siriana.

Ma rivela anche una tremenda miopia sull’analisi di un problema molto più vasto e che prescinde dal particolare caso siriano. Ci si può schierare apertamente dalla parte dei Curdi, cambiare l’immagine del profilo di facebook con una con la bandiera della Siria, puntare il dito contro Erdogan indicandolo come il fautore di un gesto aberrante, ma questo non impedirà il ripetersi dei medesimi eventi che stanno accadendo oggi. Così come quelli che stanno succedendo oggi non solo che una ormai scontata replica di avvenimenti già numerose altre volte susseguitesi in passato.

Ciò di cui bisognerebbe veramente preoccuparsi, allarmarsi e schierarsi contro, è il ritorno in auge di un sentimento endemico e pernicioso fomentato da passioni nazionaliste ed estremiste: stiamo assistendo ad una esasperazione delle controversie tra gli stati  (vedi la guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina, vedi la guerra nel Donbass tra Ucraina e Russia, ecc.), all’aumentare di vergognose  gesta da parte di esaltati che echeggiano le violenze nazi-fasciste, a una recrudescenza dei rapporti con gli stranieri, gli immigrati, coloro che vengono definiti ‘diversi’, e gli accadimenti siriani sono soltanto la punta dell’iceberg di un sostrato culturale e ideologico attualmente dominante.

Le circostanze siriani sono il frutto di sentimenti di odio, desiderio di prevaricazione nei confronti degli altri, paura del diverso, disorientamento e disagio sociale.  Sentimenti che serpeggiano sempre in maniera più estesa e che ci stanno conducendo a dimenticare che la guerra è ingiusta, perché danneggia gli innocenti che, pur non avendola voluta, sono costretti a subirla, che la guerra è un’aberrazione stupida, atroce e odiosa, del tutto incompatibile con la razionalità della stessa stirpe umana, che la guerra non deve essere neanche concepibile mentalmente, figuriamoci attuarla.

Ed ecco la fallacia dell’attuale opinione pubblica: invece di reclamare e protestare contro la Guerra, ci si limita semplicemente a schierarsi dalla parte di un popolo ritenuto, sì giustamente, attaccato, e allo stesso tempo si spera che questo risponda a suo volta in maniera belligerante. Invece di sconcertarsi per il fatto primario di ciò che sta avvenendo nel nord della Siria, ovvero la nascita di una guerra (l’ennesima in quella regione), ecco che si riparte col consueto giochino delle fazioni, schierandosi o da una parte o dall’altra, ma senza riflettere con obiettività e coerenza sull’essenzialità degli avvenimenti.

Tutto ciò a dimostrazione che non abbiamo ancora imparato nulla dai nostri errori passati: continuiamo a ragionare nella stessa logica di chi fa la guerra e poi lo disprezziamo. Fino a quando non scardineremo questo nostro modus cogitandi, fino a quando riterremo che per ottenere la pace sia indispensabile la guerra e che un fucile automatico è lo strumento migliore per rivendicare i propri interessi, allora possiamo starne certi che questa della Siria non sarà l’ultima occasione per sconcertarci per un Paese è stato invaso illegittimamente.

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Rifiuto dell’individualismo sterile

Sebbene si sia radicata l’attitudine di dar risalto alla mia persona piuttosto che ad altri fattori (ed io non riesco a vedere nulla di male in questo nonostante ci siano ferventi e ottusi sostenitori della malignità di un concentramento dell’attenzione su se stessi piuttosto che verso la Patria, l’Umanità, la Famiglia, la propria classe sociale o qualsivoglia feticcio che canalizzi le proprie illusioni), ho raggiunto la consapevolezza che uno scellerato individualismo si ribalta in atteggiamento deleterio e pernicioso per me stesso. Un individualismo che osteggi qualsiasi altra cosa che non sia se stesso, che disprezza ogni tipo di rapporto con gli altri e  che esuli da qualsiasi interesse se non quello della propria persona, invece che apportare valore alla propria vita rischia, e tale rischio si concretizza la maggior parte delle volte, di impoverire la propria vita, desertificandola e prosciugandola dalla molteplice e sfaccettate fonti di arricchimento dalle quali si dovrebbe e potrebbe attingere per colorare la propria vita.

Ed è questo, l’esimermi da un atteggiamento che mi conduca a rinchiudermi in una campana di vetro, uno degli  scopi di questo blog, attraverso il quale mi propongo di evadere e abbandonare definitivamente, seppur sia soltanto virtualmente, il mio piccolo mondo privato che progressivamente e pericolosamente si stava ristringendo e rischiava di risucchiarmi e invilupparmi al suo interno. L’intento, con questo blog, è quello di entrare in un mondo comune dal quale possa io attingere per migliorare me stesso, per imparare e, insomma, per utilizzarlo a mio vantaggio, in virtù di un sano e proficuo individualismo che non si preclude la possibilità di apprendere al di là del proprio individuo.

A mio sostegno non posso che riportare la citazione di Eraclito che è stata la scintilla di questo mio avvedimento:

“Unico e comune è il mondo per coloro che son desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare”.  

Io mi premuro di fuoriuscire dal mio sonno, ma per farlo ho bisogno che tu che mi stai leggendo tramuta in realtà la mia sensazione di entrare in contatto con qualcuno come primo passo nel mondo unico e comune, notificandomi che questo mio messaggio ti ha raggiunto e che non è affogato nel mare di Internet.

Sul coronavirus

Nei peggiori film apocalittici  siamo stati abituati ad assistere al contagio fuori controllo di virus letali che minacciano la sopravvivenza dell’intera umanità. Sarà magari l’influenza e il retaggio lasciatici dal cinema ad aver provocato una tale isteria incontrollata per un virus simil-influenzale di cui si può dire tutto tranne che sia letale? Oppure sarà l’inoppugnabile avversione alla matematica che fuorvia la gente facendole trascurare il basso tasso di mortalità del virus? Fatto sta che è diffusa la percezione isterica di rischio per la propria vita anche da parte di chi affronterebbe l’eventuale contrazione del Covid-19 come una banale influenza invernale, sebbene i dati dimostrino che solo meno della metà della metà della metà della metà della metà dei contagiati non riesce a superare incolume tale virus.

Stiamo sperimentando, in questo periodo, una situazione che non abbiamo mai affrontato prima e che non eravamo pronti per affrontarla (la confusione che si è generata ne è la dimostrazione). E i modi con cui stiamo reagendo sono la chiara espressione di tutte le fragilità di ogni individuo e della società. In un momento che richiede le nostre forze e la nostra razionalità, abbiamo mostrato invece le debolezze e stiamo reagendo guadati dalla paura che offusca la mente e non ci fa ragionare.

E su questo i media giocano un ruolo fondamentale. Con la loro opera di sciacallaggio o con la rancida fossilizzazione su notizie concernenti il virus non hanno fatto altro che esacerbare le paure e di conseguenza gli atteggiamenti meno razionali delle persone più suscettibili a reazioni di pancia. Come si può non aspettarsi l’isteria generale se tutte le edizioni di telegiornali (che diventano automaticamente il mezzo più utilizzato per informarsi da quelle persone che utilizzano la televisione come ponte di connessione verso il mondo, ovvero dalla stragrande maggioranza delle persone) hanno come maggiore premura quella di portare il conto dei morti e dei contagiati da coronavirus? Come può una persona che guarda un telegiornale che riporta costantemente e ripetitivamente qualsivoglia notizia, più o meno negativa, sul virus  trattenersi dall’esasperare la sua preoccupazione e la sua paura che diventano così inevitabilmente sproporzionate rispetto alla gravità della situazione?

Per non parlare poi del ruolo delicato cui sta spettando al governo che per la prima volta -forse non soltanto per l’attuale esecutivo ma per la prima volta della storia repubblicana italiana- si sta effettivamente industriando per prendere delle decisioni ferme e decise, e quindi si può comprendere tutta la loro difficoltà e mancanza di esperienza nel prendere rapide decisioni, soprattutto se poco prima erano impegnati con tutte le loro energie su irrisolte discussioni che si protraevano da mesi e che riguardavano tematiche cruciali e vitali per il paese, come la prescrizione. È lampante che il governo stia procedendo a tentoni e che non sappia cosa fare veramente. Si limita ad attuare progressivamente delle mezze misure che vanno a riparare le mancanze delle misure precedenti. Invece di percorre sin dall’inizio una strada delineando provvedimenti chiari per impedire il diffondersi del contagio, hanno prima attuato delle misure tampone che si sono rivelate totalmente inefficaci e poi hanno stabilito altre misure più stringenti che fungono però da palliativo all’ormai diffusione del virus già avviata, evidenziando in maniera lapalissiana che chi sta guidando il Pase non ha ancora compreso la strada da percorrere. Se l’esecutivo procederà con il modo di operare mostrato fino ad ora, dal circoscrivere come zona rossa  una piccola area  si finirà per porre come zona rossa l’Italia intera. Ma è parzialmente inutile biasimare eccessivamente l’attuale governo: quella delle difficoltà decisionali è una problematicità tipica delle democrazia e richiede un ragionamento ben più profondo e articolato -vedi in confronto la gestione dell’emergenza in Cina dove sono state imposte disposizioni draconiane che prima in Italia sono state criticate per la loro durezza ma che ora sono rimpiante perché si sono rivelate efficaci.

Chi può negare che dai momenti di difficoltà se ne esce tutti insieme, aiutandosi reciprocamente? E la diffusione del virus ha avuto l’effetto di aizzare i sentimenti nazionalisti inoculando nella mente delle persone  un virus ben più temibile: quello del razzismo. C’è da rimanere increduli difronte  a discriminazione di persone in virtù esclusivamente dei loro tratti somatici, sembra di essere tornati indietro di 50 anni. Oppure il non accettare persone nel proprio Paese soltanto perché provenienti da paesi dove ci sono poche centinaia di contagi. E si è cominciato proprio qui in Italia con le discriminazioni e con le manifestazioni di razzismo nei confronti di persone di origine cinese, e poi sono passati gli italiani stessi dalla parte dei discriminati e dei rifiutati, sperimentando sulla loro pelle l’assurda irrazionalità di giudicare una persona esclusivamente per la sua nazionalità. Come è diverso il mondo quando si passa dalla parte delle vittime: improvvisamente si assume l’aurea angelica degli innocenti vittime di soprusi illegittimi e si misconosce il proprio passato di soprusi illegittimi nei confronti degli altri!  Il risultato dei vani battibecchi tra nazionalità diverse è una frammentazione dei Paesi, nel mondo e in Europa, che sicuramente risulta lesiva per la risoluzione dei vari problemi –sanitari, economici, politici,  sociali- che minacciano ormai ogni singolo Paese, anche quello che decide di isolarsi da tutto il mondo per evitare il contagio (a patto che sia possibile isolarsi da tutto il mondo). E a proposito di Europa, ormai il suo ruolo è sempre più evanescente e in questi giorni in cui più di sempre sarebbe richiesta l’adesione ai principi costituenti di unità, coesione, e fratellanza dell’Unione Europea, questa è più un fantasma che un’effettiva unione dei popoli: non ricordo quando abbia preso l’ultima pragmatica decisione riguardante problematiche sovranazionali o forse non ne ho mai assistito ad alcuna, ma sicuramente sarà dovuto alla mia giovane età. In fin dei conti, l’Unione Europea ha proprio lo scopo di dirimere le faccende che trascendono dai singoli Stati, quindi dubito che non abbia mai assunto al suo scopo. O sbaglio?

Ma quello che più di tutti è da biasimare è l’atteggiamento con cui stanno reagendo le persone. Perché non si può negare che il governo stia facendo il possibile e non si può non riconoscere che gli organi istituzionali siano a lavoro, e i media possono raccontare per giornate intere con toni catastrofici la situazione attuale, ma la gestione e quindi la risoluzione del problema potrà avvenire soltanto dal basso, partendo dai comportamenti di ciascun individuo. E invece si assiste a una completa e deprecabile isteria di massa, con supermercati presi d’assalto, persone che fuggono dalle città per ritornare nei paesi d’origine e contribuendo così a diffondere il virus, panico e delirio mostrato sui social dove dilagano notizie false che non fanno altro che insufflare un allarmismo esasperato che è deleterio per la gestione lucida e razionale del problema.

Però, nella drammaticità che comporterebbe un’ulteriore diffusione del virus, c’è da rendersi conto che questi possono diventare giorni d’oro per la nostra società. È un periodo in cui stanno venendo a galla tutte le nostre fragilità e debolezze e, riconoscendole, possono essere lenite e, una volta che il virus sarà passato, la società potrà ricostituirsi più solida e preparata di prima, in maniera che in futuro non si vada daccapo completamente in tilt. Ora infatti si è fermato tutto: attività commerciali, lavoro, turismo, esportazioni, voli aerei, trasporti, attività culturali e ricreative, educazione, istruzione, mostre, concerti, tutto. E ciò è un segnale inequivocabile di come la nostra società sia essenzialmente un castello di carte e che il suo punto di forza, ovvero la connessione tra Paesi e la globalizzazione, può tramutarsi improvvisamente nel suo aguzzino, soprattutto se non si è preparati, e noi non lo siamo stati.

Questo sfogo retorico e autoreferenziale ha essenzialmente il fine di porre una pietra miliare in quello che sta succedendo, perché gli eventi attuali lasceranno sicuramente i loro segni più o meno indelebili ed entreranno di prepotenza nei libri di storia come la prima vera epidemia globale. Ma non dovrà entrare soltanto nei libri di storia, dovrà rimanere nelle nostre menti e da questa situazione dovremo imparare molto. Dovremmo riconoscere le nostre fragilità, analizzarle e rimediarle affinché non veniamo nuovamente colti impreparati per eventuali altre epidemia che potrebbero riscontrare una mortalità ben peggiore di questa.

Quello attuale è un banco di prova e difficilmente si può affermare che si stia procedendo in maniera impeccabile, anzi. Ma sarà fondamentale imparare dagli errori.

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi

Nel caldo asfissiatene di una Lisbona dell’estate del 1938 si staglia Pereira, uomo pingue e con i baffi, cardiopatico e con problemi respiratori, responsabile della sezione culturale di un quotidiano portoghese, che ha come unico confidente il ritratto di sua moglie defunta, solito mangiare frittata alle erbe e bere quasi esclusivamente limonata, che trascorre le sue giornate nel suo piccolo ufficio traducendo vecchi libri ed è completamente ignaro degli avvenimenti che succedono nel mondo. È interessato più alla morte che alla vita, ed è la proiezione verso la morte che lo fa venire a contatto con un giovane, che inizialmente sarebbe dovuto essere soltanto il suo aiutante nel redigere necrologi di grandi scrittori, e verso il quale Pereira matura un affetto inspiegabile e comunque irresistibile. Solo che il giovane, che esula da ogni minimo pensiero riguardante la  morte perché lanciato sulla vita,  è invischiato in attività sovversive nel  Paese sotto il regime salazarista e nella Spagna del conflitto civile, e proprio l’attività e il vitalismo del giovane irrompono prepotentemente nella vita di Pereira, causandone un brusco cambiamento.

Tutta la trama si può racchiudere in queste poche righe. È uno dei libri più semplici da riassumere proprio perché l’intero intreccio della trama è estremamente lineare, quasi smunto.

C’è chi vede in questa estrema linearità e semplicità del racconto  una qualità che ha determinato il successo del libro, io la considero una nota negativa. Parto dal presupposto che sono conscio si tratti di una scelta deliberata dello scrittore quella di escogitare un artificio letterario consistente nell’architettare una storia con uno stampo lineare, privo di particolari e dettagli che ne ingarbuglino la fluidità, dando più importanza alla sostanza che alla forma, più importanza allo sviluppo della storia che a tutto ciò che gli orbita attorno. Eppure, se cerco di immaginare il volto di Pereira o degli altri personaggi salienti del racconto, me le figuro con una grossa maschera grigia, perfettamente anonimi. Così come l’ufficio o il ristorante dove è solito sostare Pereira. Questo proprio per la carenza di informazioni e descrizioni elargite dallo scrittore. E poter figurarmi nella mia mente personaggi e luoghi, attività immancabile nella lettura di un romanzo il quale non è romanzo se non ti catapulta nell’intreccio della storia, devo far richiamo a tutta la mia fantasia e crearmi da me i dettagli che saranno inevitabilmente differenti da quelli che si creerà un altro lettore, in virtù della mancanza di una parvenza di descrizioni oggettive.

La carenza di dettagli non si limita solo all’aspetto fisico e logistico del racconto, ma anche e soprattutto per quanto concerne i sentimenti dei personaggi. Da questo punto di vista l’intero racconto scivola addosso al lettore senza che si crei un legame, senza che il lettore si immedesimi pienamente nello sviluppo della storia, senza che il lettore diventi parte integrante della storia, come se il lettore fosse un semplice osservatore dello sviluppo della storia, rimanendo sempre un po’ distaccato. Così come il racconto stesso è distaccato dalla storia in sé stessa, ed è proprio quel reiterato “sostiene” a rimarcalo, perché la storia non è altro che una sorta di deposizione di un testimone a cui è stata narrata la storia da Pereira stesso. Un testimone che quindi filtra la storia del protagonista realizzando un racconto che cerca in tutti i modi di non addentrarsi nei particolari, e ci riesce. L’intera storia sembra una specie di resoconto che stila un poliziotto quando ti rechi in questura per sporgere una denuncia; un resoconto che, quindi,  si premura esclusivamente di riassumere ciò che è accaduto in linee generali, trascurando gli aspetti più insiti, magari inutili al fine della comprensione dell’avvenimento ma forse i più caratterizzanti, ovvero quelli in grado di colorare di varie tinte l’intera storia. Un questurino impegnato nel comprendere l’accaduto di chi sporge denuncia non gli chiederà mai  di che odore fosse cosparso quel determinato luogo, i lineamenti del viso della signora anziana con la quale si è fermato a chiacchierare, quali sentimenti abbia sperimentato durante l’avvenimento. Tutti particolari inutili ma, al contempo, in grado di rendere meno monotono e soporifero il tutto.

Molti considerano questa malleabilità della storia, che, lungi dall’elargire molti particolari, riesce comunque ad evocare un certo impatto nel lettore, come l’ingrediente segreto aggiunto da Tabucchi e che ha permesso al libro di ottenere un vasto successo. Io invece me ne valgo per muovere una critica inconciliabile e per giustificare il mancato apprezzamento in toto del libro, il quale, nella gran convulsione della marea di libri che entrano ed escono dalla scena di un lettore, molto presumibilmente capitombolerà nel mio dimenticatoio.

Esame di coscienza pt1: sto nuotando, galleggiando o affondando?

Sto perdendo di vista chi sono, cosa voglio, cosa faccio? Sto procedendo per pura inerzia, senza particolari prospettive future, vivendo giorno per giorno sbrigando le quotidiane faccende giornaliere e nient’altro?

Sono arrivato a questo punto di impasse dopo che mi sono reso conto dell’inconcludenza dei miei giorni, che trascorrono tutti uguali, e per questo tutti dimenticabili. Giorni senza particolari scoperte, senza particolari emozioni, senza alti ne bassi, senza problemi né sorprese. Giorni abulici, vissuti da pachiderma concentrato in una sola ed esclusiva attività. Concentrato, si fa per dire. Per quanto mi dedico a quella attività, che per inciso trattasi di studio, dovrei arrivare a livelli altissimi e eccellere. Non ci sono altri modi per eccellere nello studio se non quello di studiare con abnegazione per l’intero arco della giornata. Eppure raggiungo livelli medi, non eccelsi, che potrei raggiungere anche se diminuissi la mia dose di studio. Perché lo studio forse è diventato il mio rifugio dove ripararmi e vivere adagio, dove non debbo fare altro che leggere e ripetere, leggere e ripetere. Forse lo studio è diventata la mia gabbia, dove deliberatamente mi ci rintano. Compromettendo le mie libertà, ci guadagno in sicurezza e vita moderata, senza fatiche né preoccupazioni, né doveri né richieste, né esposizioni né giudizi, né sentimenti. Infatti le mie relazioni sociali sono ridotte all’osso. Due sono le facce che la maggior parte del giorno vedo, quella di mia madre e di mio padre. E con loro scambio poche parole, parole di circostanza, parole inutili, parole che si possono contare sulle dita della mano, e sono le stesse parole che fuoriescono dalla mia bocca per la giornata intera. Per il resto dialogo solo tra me e me nella mia mente. Vivo in una bolla, e seppur non faccia nulla di particolare, ci sguazzo nella mia miseria di attività. Vivo rimandando al futuro le gioie e i momenti migliori che ora fuggo o fuggono da me. Sicuramente non sono loro ad esulare da me, non ci sarebbe motivo perché una persona debba vivere solo di momenti negativi, almeno che questa non faccia in modo di evadere da quei momenti negativi e cercarsi i momenti migliori. Ecco, io non lo faccio. Mi crogiolo in questa insoddisfacente condizione volontariamente. Penso che ora non ci sia niente nelle mie circostanze che possa realmente giovarmi e delego al me stesso del futuro di valorizzare il sacrificio di questi momenti elaborando dei momenti positivi. Penso di non vivere nell’ambiente adatto a soddisfare le mie voraci esigenze. Penso che vivo in un paesino sperduto di campagna che non offre alcuna possibilità delle possibilità che potrebbero soddisfare le mie esigenze. Le mie aspettative culturali, che sono le più pressanti, sono mortificate in questo ambiente. E alle aspettative culturali sono legate tutte le sfaccettature che colorano la mia insoddisfacente condizione: la mancanza di amicizie con le quali discutere di argomenti travolgenti, la mancanza di una ragazza dalla quale sia interessato, alla quale interessi e con la quale possa espletare i miei impulsi più istintivi che vengono inesorabilmente lasciati alla triste e autolesiva autosoddisfazione, la mancanza di pungoli che mi spingano ad uscire di casa e a sperimentare i luoghi vissuti intorno a me. E allora resto in casa, la riputo l’alternativa migliore da quelle offertemi. Reputo che le azioni migliori da fare sia studiare mattina e pomeriggio e la sera, se non sono abbastanza mentalmente stanco, leggere un libro, oppure vedere la televisione e rimpinzarmi di vacuità e insulsaggini propinate a bizzeffe in film e dibattiti televisivi.

Sto vivendo in una barca a vela che naviga su un mare piatto, calmo, innocuo, grigio, senza vento che mi spinga, e procedo a rilento tanto che mi sembra di rimanere sempre fermo. E la cosa peggiore è che inizio a convincermi che questa sia la condizione normale, che rassegnarmi e abituarmi a vivere sempre senza vento che spira né dalla mia parte né contro. Sta cominciando ad illanguidirsi la mia voglia di bufere, di tempeste, che mi facciano sobbalzare sulla mia precaria barca, che mi sballottino, ma che mi offrano le condizioni più adatte per agire per non essere completamente in balie delle onde.

Vivo in una raccapricciante stagnazione che agisce su di me come un circolo vizioso, facendomi desiderare ulteriore stagnazione, ulteriore piattume, ulteriore indolenza, e continuerò a precipitare in questo vortice senza fine se non comincio a svincolarmi prima di tutto dal mio modo di pensare deleterio che funge da deterrente ad ogni possibile cambiamento alla mia condizione. Devo cominciare ad essere più propositivo e meno remissivo, più esuberante e meno abulico, più proattivo e meno recalcitrante. E rendermi conto che la mia condizione attuale insoddisfacente me la creo e me la cerco io, e che risiede nelle mie stesse mani la facoltà di sconvolgerla. 

Cecità di Saramago

Già il titolo, “Cecità”, come il solo pensare a delle malattie, mi incuteva un certo sentimento di angoscia prima ancora di leggerlo, rinfacciandomi la mia malcelata e vanamente rinnegata ipocondria. Non senza riluttanza, seppure essendo tanto encomiato dalla critica, mi sono deciso, infine, di avventurarmi nella lettura del libro di Saramago, non pentendomene.

Mentre l’ho letto, mentre stavo per giungere al termine del libro e quando l’ho finito, ho cercato in tutti i modi di cogliere una seppur magra e vaga chiave di lettura che mi permettesse di interpretare la storia raccontata nel libro come una grande allegoria della nostra società, dei nostri comportamenti, dell’animo umano, della vita stessa. Ho intrapreso anche io un viaggio, insieme ai personaggi del libro, progressivamente dall’inizio alla fine, attraverso le diverse chiavi di lettura, diverse per ogni fase del libro, che appioppavo al libro.

Inizialmente, ai primordi della storia del libro, mi si è affacciato un punto di vista, corroborato anche da altri argomenti integrati in fasi più avanzate della storia del libro, secondo il quale la cecità -questo male che fa vedere tutto bianco, che fa in modo di vivere non banalmente circondati da tenebre, ma all’interno di uno splendore luminoso, dove la notte non esiste-  non sia da considerare negativamente: è l’inizio di una storia, pensavo, che porterà i personaggi ad andare oltre le apparenze causate dalla visione, la quale fa soffermare sulla forma, per poter così scavare più a fondo e penetrare l’animo umano così da poter conoscere una persona meglio di quanto non si possa fare se si possedesse la vista. Quindi la cecità diventa, metaforicamente, un punto di forza, una qualità, un’espediente per poter travalicare, in un certo senso, i limiti dell’uomo per poter approdare in una nuova e più evoluta condizione, la quale non richiede il possesso della vista per vedere. Infatti sarà proprio grazie alla mancanza della vista che la donna dagli occhiali scuri, giovane, sensuale e avvenente nell’aspetto, si sia potuta innamorare di un vecchio con una cataratta in un occhio e una benda nera sull’altro.

Ingenuo me a credere in una visione tanto edulcorata della storia del libro, il quale sarebbe stato una semplice e mediocre favola per bambini se avesse seguito i canoni da me ipotizzati. Col progredire della lettura, infatti, mi si è schiarita la vista, per restare in tema: i ciechi si lasciano andare al completo degrado, allo sbaraglio, cadendo rovinosamente in un baratro senza fondo, non avendo più cura di nient’altro, né della propria igiene, né dei propri sentimenti, né dei propri pensieri ma solo delle ordinarie e becere preoccupazioni di soddisfare i propri istinti animaleschi, quali la fame e l’appetito sessuale. La cecità aveva fatto regredire la civiltà alle fonti primordiali del tugurio. Altro che cecità come strumento di elevazione spirituale, come progresso dell’animo umano. Essa è piuttosto una devoluzione  allo stato animale  dell’uomo il quale perde, insieme alla vista , tutte le prerogative che lo distinguono come uomo, ciechi non solo della vista ma anche, e soprattutto, dei sentimenti.

Poi ho cominciato a pensare che la cecità -intesa come epidemia che si diffonde a macchia d’olio senza risparmiare nessuno, quel male bianco che rende doppiamente invisibili perché, al contrario del buio in cui vivono i “tradizionali” ciechi è in definitiva assenza di luce che si limita a coprire l’apparenza degli esseri e delle cose lasciandoli intatti al di là di quel velo nero, invece il bianco in cui erano immersi i ciechi del libro, talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri- potesse essere intesa come la cecità dell’uomo moderno che vive senza vedere, ovvero vive meccanicamente, brancolando nel buio di tutto ciò che lo circonda e che rimane a lui non scoperto e ignoto, che prosegue  per automatismi, eseguendo sempre le stesse operazioni giorno dopo giorno, in modo che durante le sue giornate si potrebbe anche orientarsi come un cieco, se cieco già non lo è; uomo che non si sofferma neanche un momento alla sola idea di voler approfondire una della miriade di argomenti che si aggrovigliano durante la sua giornata, un uomo che si accontenta di vivere senza scopo altrimenti  del mero e vuoto vivere. Le persone del mondo del libro non sono diventate tutte improvvisamente cieche, cieche lo erano già, ciechi che pur vedendo, non vedono. E anche quando, alla fine del libro, riacquisiscono tutti miracolosamente la vista, in realtà continueranno ad essere ciechi, perché desiderano essere ciechi, e non c’è peggior cieco di chi no voglia vedere.

E allora il ruolo della moglie del medico quale unica persona a non aver perso la vista e il significato del fatto che l’unica persona a vederci ancora sia una donna? La donna rappresenta la vita, che ci tiene per mano e ci guida, senza che ne siamo consapevoli. La vita, la vita stessa, è l’unica che conserva la vista seppur noi la perdiamo, e ci fa continuare a vivere quasi per inerzia, arrancando e procedendo così lentamente rispetto a quando la vista ce l’avevamo ancora e potevamo coniugarla a quella della vita. Ma quando perdiamo la vista, anche la vita comincia progressivamente a scemare, fino a quando non si smorzerà del tutto. Ma la fine della vita sarà decisa da noi stessi: se ci lasciamo andare al degrado, la vita si lascerà andare spegnendosi.

Ma, alla fine, ho demorso il strenuo tentativo di interpretazione del libro e  mi sono arreso all’idea che l’obiettivo di Saramago non era quello di elaborare una grande metafora. “Cecità” è semplicemente scritto bene e proprio perché scritto bene, così come ogni gran romanzo che non avesse alcuna premeditata intenzione di sollevare riflessioni o critiche, induce spontaneamente e involontariamente a far sollevare delle riflessioni correlate ai vari particolari del libro, senza quindi lasciar intravedere una chiave di lettura univoca. È questo il pregio di un buon libro, e il marchio distintivo che lo fa distinguere da un libro mediocre: che senza preporsi di suscitare riflessioni, fa riflettere lo stesso. E quindi ti lascia un marchio indelebile, e quando ricorderai i libri letti, tra i tanti (se son tanti) esso sarà uno dei primi.

Inno all’ennesimo cocente rimpianto

“Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto.”

Devo iniziare a seguire più pedissequamente questa filosofia di vita dettata dalla massima di Faber. Soprattutto dopo la cocente delusione che difficilmente riuscirò a scrollarmi di dosso.

Sono giorni che si è insinuata nella mia mente una ragazza che incontro quotidianamente in biblioteca dove gli sguardi che ci scambiamo sono frequenti –o almeno così a me sembra. Sono particolarmente attratto da lei, sembra una ragazza interessante e simpatica, e credo che anche lei sia a me interessata –non so quanto questo sia più conforme a un’illusione piuttosto che alla realtà-, tuttavia non sono andato oltre al crogiolarmi con vane fantasie di me che la adesco e che la frequento. Poi un giorno arrivo in biblioteca, devo trovare un posto dove posizionarmi, scorgo un tavolo da quattro postazioni vuoto, con solo un posto occupato da un computer portatile e un quaderno aperto con degli appunti scritti sopra. Opto per sedermi nel posto di fronte a quello occupato perché è accanto alla finestra e mi piace intervallare brevemente  il mio studio per guardare rapidamente fuori dalla finestra. Comincio a studiare. Dopo un po’ arriva e si siede di fronte a me quella che è la proprietaria del pc e del quaderno lasciati sul tavolo. Mi accorgo subito che è proprio lei, la femme fatale protagonista delle mie fantasie. Sono colto subitaneamente da un’ondata di impetuoso imbarazzo accompagnato da una travolgente sensazione di calore tanto che comincio a sudare.  Se mi potessi osservare dall’esterno, potrei vedere la mia faccia dipingersi bruscamente di un rosso vermiglio come un ferro incandescente tirato fuori dalla fucina e pronto per essere battuto. Mi maledico per essermi seduto lì, penso che lei possa pensare di me come uno svampito che dopo averla osservata per giorni e aver studiato i suoi movimenti, ha riconosciuto i suoi oggetti sul tavolo e si è appositamente seduto di fronte a lei. Non riesco nemmeno ad alzare la testa dall’imbarazzo, ho gli occhi incollati sulle pagine del libro il quale leggo senza che capisca una parola ma solo per sembrare immerso nella studio. Poi inizio a convincermi che non mi è andata così male, anzi! Sono seduto di fronte alla ragazza per la quale spasimavo da giorni! Ho l’opportunità di tradurre in realtà le mie fantasie e smetterla con le seghe mentali. Comincio con il comportarmi da disinteressato e mostrarmi profondamente impegnato nello studio, poi capiterà l’occasione propizia per uno scambio di battute che apriranno la strada a un lungo dialogo -mi dico. Passano ore, percepisco il suo sguardo, dissimulato, su di me più di una volta, anche io l’ho fatto di soppiatto, ma i nostri sguardi non si sono mai ancora incrociati. Anche lei si impegna nello studio, ascolta la musica dalle cuffie, si alza, vede il cellulare, va dalla sua amica, e posso notare segni di irrequietezza che io associo, nonostante la mia modestia, alla mia presenza. Poi capita che io alzo lo sguardo per lanciarle un’altra occhiata di soppiatto e contemporaneamente lo fa anche lei e così i nostri sguardi si incrociano e scruto per un attimo i suoi occhi cerulei, poi entrambi abbassiamo il capo e ritorniamo ai nostri studi. Io continuo a studiare anche non sono riuscito a studiare nulla fino ad ora: la mia concentrazione si è data per dispersa, rapita dalla presenza di quella che è stata per giorni il mio chiodo fisso. L’imbarazzo e il timore iniziali sono stati scalzati da una sensazione di serenità nel starle seduto dirimpetto. Nel frattempo il tempo è volato via, è arrivata l’ora della chiusura della sala e la bibliotecaria, con il suo solito grido stridulo, esorta a avviarsi verso l’uscita. La ragazza di fronte a me, sentendo lo schiamazzare della bibliotecaria, si leva gli auricolari e, con un’espressione delusa, si capacita che è giunto l’orario della chiusura. Io comprendo che questo può essere un momento propizio per attaccare bottone, ma non accenno a niente se non a riporre automaticamente e velocemente le mie cose nello zaino, quasi come fossi spinto da una forza esterna e incontrollabile a sbrigarmi per poi fuggire via verso non so quali impegni urgenti da sbrigare. E così faccio. Esco dalla biblioteca mentre lei sta ancora risistemando il suo zaino, senza volgerle nemmeno uno sguardo. Passo dal bagno dove perdo del tempo anche per dare avvio all’autocommiserazione che già so mi terrà compagnia durante la serata. Poi mi avvio verso la stazione e ri-incontro lei che mi cammina davanti. Mi si presenta un’altra occasione proficua per fermarla e poterla conoscere! –penso. Accelero il passo. Ho già in mente una battuta striminzita con la quale rivolgermi e poter intavolare un dialogo e già mi immagino che potrei stare a parlare ore con lei e trascorrerei tutta la serata in sua compagnia invece di starmene da solo a crogiolarmi. Imbocco una scorciatoia per poter sbucare davanti a lei. Sbuco davanti a lei. La guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi. Posso leggerle una sensazione di sorpresa. Io rigiro la mia testa e proseguo per la mia strada, come se nulla fosse. E allora mi assesta il colpo finale: la sento che emette un greve e rumoroso sospiro. In quel sospiro, pesante come dieci elefanti sulla groppa, penetrante come una lama nel fianco, dolorosa come una lunga spina nel piede, leggo l’ennesima sconfitta alla mia inguaribile abulia in materia di ragazze.

Quel sospiro simultaneamente crea una piaga e la cicatrizza in modo che permarrà per lungo tempo come segno indelebile di un’ulteriore, forse la più clamorosa e impareggiabile occasione perduta. Ho fatto svanire, con le mie stesse mani, un’occasione d’oro e mi sono creato, con le mie stesse mani, un intramontabile motivo di rimpianto, l’ennesimo che si aggiunge alla numerosa lista di rimpianti mentre quella dei rimorsi rimane semivuota.

Donde deriva tale mia apatica rassegnazione che mi frena nel compiere azioni risolute? Forse da una malcelato piacere nell’autocommiserazione che deriva dalla delusione, forse da una vena di supino e conservatrice adattamento alla routine la quale potrebbe essere sconvolta da gesti fuori dall’ordinario, forse da una mancata sicurezza in me stesso che mi fa credere di non essere in grado di compiere determinate azioni e quindi mi fa fallire ancora prima di provarci?

Avrei potuto conoscerla e amarla e poter essere amato e ora starei tessendo lodi sull’Amore, invece sono qui a crogiolarmi e compiangermi per l’ennesima occasione lasciata ad aspettare finché non è avvizzita e non mi resta che ruzzolare nella scrittura, della quale uno degli uffici è proprio convogliare i rimpianti ed i rimorsi.

Crepuscolo

Foto amatoriale del sottoscritto.

Crepuscolo, come sei dolce e tenero! I barlumi rosei che indugiano ancora all’orizzonte come l’agonia della luce sotto la vincitrice oppressione della notte, i fuochi dei candelabri che emettono macchie di color rosso opaco sulle ultime glorie del tramonto, i pesanti drappegi che una mano invisibile tira dalle profondità dell’oriente, imitano tutti i complicati sentimenti che lottano nel cuore dell’uomo nelle solenni ore della vita.

Charles Baudelaire, Poemetti in prosa.

Patatine ed aria, crasi perfetta.

Sei in universo parallelo dove tutto va per il verso giusto. Un languore raggiunge la tua gola e decidi di acquistare una busta di patatine fritte. Tutto va per il verso giusto e la busta è piena di patatine fino alla chiusura. Non c’è il minimo spazio per la truffaldina aria che occupa la maggior parte del volume delle buste di patatine del nostro universo. Riponi soddisfatto la busta nello zaino e continui le tue scorribande sballottando di qua e di là il tuo zaino. Poi decidi di mangiare le patatine. Raccogli la busta dalla zaino, la apri e ti accorgi a malincuore che la forma graziosa e sinuosa delle patatine è solo un miraggio scaturito dall’immagine della busta: tutte le patatine sono frantumate in piccoli pezzi, inoltre hanno assunto un colore scuro e emanano un olezzo che certamente non stimolano il tuo appetito. Allora ti accorgi che nel tuo universo va tutto per il verso giusto, ma solo in apparenza.

Questo per spiegare che l’aria non è nemica dei consumatori di patatine, anzi è la sua migliore amica. Infatti essa funge da airbag: riempiendo la busta di aria, questa protegge le delicate patatine all’interno attutendo gli urti che involontariamente tu causerai e gli urti che inevitabilmente avvengono durante il trasporto per la distribuzione ai vari negozi.

Non solo. L’aria possiede un ulteriore scopo: la sua presenza deve proteggere le patate fritte da luce, ossigeno e umidità. L’umidità renderebbe molli le patatine, mentre l’ossigeno e la luce provocherebbero l’ossidazione dei grassi, un fenomeno che provoca lo sviluppo di odori e sapori rancidi e alterazioni di colore, così come il deterioramento di alcuni nutrienti (acidi grassi polinsaturi e vitamine liposolubili) e la formazione di composti potenzialmente tossici. Per questo l’aria che occupa lo spazio vacante delle buste è composta da azoto, lo stesso gas che da solo compone il 78% dell’aria che respiriamo, il quale è dunque sicuro e conserva il sapore e la fragranza delle patatine.

Possono dunque tramontare tutte le sinistre ipotesi di inconfessabili complotti tessuti dalle grandi lobby dei truculenti produttori di patatine fritte ai danni degli indifesi consumatori che sono costretti a comperare sacchetti pieni d’aria.